domenica 9 agosto 2015

Un libro. Amare.

Qualche tempo fa una mia cara amica mi ha imprestato un libro "leggilo, capirai e cambierai. Tu, come me, sei una di loro e non va bene. Il modo che hai, che abbiamo di amare è sbagliato."
Così prendo il libro, un po' scettica e un po' incuriosita "lo leggerò!" ma con noncuranza, ricordo di averlo poggiato sul comodino.
Una, due, tre, quattro sere e il libro continuava a rimanere intonso. Lo guardavo, però niente, non ne venivo attirata. I libri, solitamente, mi chiamano..
Dopo più di una settimana, complice un'incazzatura coi fiocchi e l'anima al rovescio, decido di prendere il libro e dar retta alla mia amica, con la ferma intenzione di leggere, capire e cambiare!
Mi siedo comoda, gli occhiali ben piantati sul naso, pronta a farmi psicanalizzare da quelle pagine.. (ci riusciranno?)
"Donne che amano troppo" di Robin Norwood.
All'inizio tutto normale, poi lo scontro inevitabile con una me stessa che non avrei mai voluto vedere così direttamente. In molti paragrafi sembrava di vedermi riflessa. Una fotocopia spiccicata di persone e situazioni, atteggiamenti e attimi di vita, ma ben consapevole, purtroppo, del mio modo di amare. Vedersi dal di fuori è diverso, credo faccia male in modo diverso. Sembrava di stare seduta su di una poltrona di un cinema a guardare correre pezzi di un film tragicomico! Che brivido...
Sono arrivata circa a metà del libro, non riesco ad andare oltre, perché ogni volta che provo a leggere ancora, mi si gonfiano gli occhi e cominciano a rigurgitare lacrime a non finire. Perché? Benché scavi dentro e scenda molto in profondità, decisamente troppo, credo che, sbagliato o meno, il mio modo di amare rimarrà sempre quello e oltremodo consapevole della cosa, non riesco e forse non voglio cambiare.
Perché poi proprio il mio modo deve essere sbagliato? Perché amare troppo è sbagliato?
Perché dò tutto e tutta me stessa in cambio di briciole, quando meriterei una pagnotta intera?
Non lo so! Non ho risposte e non so dove mi porterà questo "amare troppo", però so che potrò dire a distanza di anni "ho fatto, lottato, dato e amato completamente, senza lasciar nulla d'intentato e non ho rimpianti!"
Mera consolazione? Non credo. E' credere nell'Amore, quello scritto in grande, vissuto in grande.
E' credere che l'Amore sia l'unica vera forza che faccia girare l'intero universo.

Psicoanalisi fallita!

venerdì 7 agosto 2015

Vale anche per le persone?




La pianta in questione è un banalissimo cactus. Una palla vegetale, tonda, a volte ovale, altre dalla forma allungata (lo so perché sul mio balcone ho vasi che ne contengono di tutte le forme e dimensioni) ricoperta di spine e dall'aspetto a dir poco insignificante. E' una pianta che davvero non sa di nulla. Verde e spinosa. Non profuma e necessita di poca acqua. La guardi e non dà soddisfazioni. Poi un giorno vedo spuntare un foruncolo pelosetto e penso "sarà l'adolescenza" e girandomi sui tacchi me ne sono andata, sorridendo fra me e me per la battuta di poco spirito che ho tirato fuori.
Nei giorni successivi, il foruncolo è aumentato di dimensioni, tanto da sembrare una trombetta.
Stava diventando interessante.
Una mattina presto, svegliata dal caldo, sono andata sul balcone a cercare un po' di fresco, ed eccola lì, nella luce flebile dell'alba, quella pianta tanto insulsa, ha partorito un fiore così bello da lasciarmi senza fiato. Un profumo dolcissimo, quasi nauseabondo, colori delicatissimi, da sembrar di seta e quei pistilli al centro, parevano ciglia contornanti un occhio profondo. E quell'occhio guardandomi dolcemente sussurrava "mi vedi ora come sono realmente?"
E così i pensieri hanno cominciato un inevitabile percorso: vale anche per le persone? dentro ognuno di noi, dietro ad una corazza di aculei c'è un fiore tanto profumato, tanto dolce e delicato da lasciar senza fiato? Ed è possibile che da qualcosa di brutto possa nascere qualcosa di davvero meraviglioso? E perché se davvero esiste questa meraviglia dentro le persone, perché nasconderla?
E' così bello mostrarsi per quel che si è, senza dover alzare barriere per difendersi.

Questa palla vegetale, ora è diventata la regina di tutte le piante che ho sul terrazzo, continua a sfornare "bambini" che accuratamente stacco e ripianto in altri vasi, in attesa che ogni anno compia e non solo lei, un altro splendido miracolo.









lunedì 27 luglio 2015

Un pezzo di strada




Un pezzo di corso, un pezzo della mia Torino: Vittorio Emanuele II. Un pezzo di strada trafficato, nel centro della città che porta alla stazione di Porta Nuova. Un pezzo come tanti, per tanti. Per me, no! Un pezzo di viale particolare, direi quasi perfetto. Unico.
È stato difficile fare queste foto, appunto perché è un corso "vissuto", e ci ho provato per mesi, poi finalmente ci sono riuscita, complice la stagione, estate, che ha svuotato la città e l'ora, erano circa la sette e trenta della mattina, l'hanno reso possibile, anche se queste foto non riescono ad immortalare del tutto ciò che i miei occhi catturano quando passo di qua. E tutte le settimane, per motivi di lavoro, per me è come passare per la prima volta e le sensazioni son sempre belle, più belle. 
È come entrare a Narnia! In un altro mondo e mi perdo. Per una manciata di secondi, perché dal semaforo al monumento, in macchina, ci va meno di mezzo minuto, io mi perdo. E osservo laggiù il punto di fuga e mi sembra lontanissimo, inarrivabile. 
E gli alberi... Secolari. Incredibilmente belli, maestosi con quei rami che toccano il cielo e chiudono il corso dal sole, creando un'ombra perfetta e silenziosa. E le foglie si toccano. Sì, questi alberi separati dalla strada, riescono a toccarsi nel cielo. Come succede alle loro radici sotto terra. 
Sono uniti e lo sono da una vita lunghissima. Sono lì da decenni e decenni. 
Sembrano amanti lontani che non possono stare vicini fisicamente, ma le loro menti, i loro pensieri, le loro anime si mischiano nell'aria e nelle viscere di una vita crudele e si amano in un modo unico e assoluto.
Una fantasia perfetta. 
Un corso perfetto. 
Una Narnia in una città perfetta. 
La mia. 

martedì 13 gennaio 2015

Tic tac tic tac [Tac tic tac tic...]

Qualche tempo fa, in l'occasione del compleanno di mio padre, sono andata a pranzo in un ristorante in Strada Valsalice, qui a Torino, dove, tra l'altro, si mangia egregiamente bene. E oltre, ma soprattutto, ad essere stata attirata dai piatti serviti, deliziosi, il mio sguardo si è fermato su una colonna al centro della sala. Su di essa e su ogni suo lato, un orologio. Dapprima li ho guardati con disinteresse, ma inconsciamente qualcosa mi ha lasciata perplessa e così, per placare la mia infinita curiosità, mi sono alzata dalla sedia e mi sono piazzata davanti a quella colonna a fissare uno dei quattro orologi. C'era davvero qualcosa che non andava: girava in senso antiorario. Andava indietro! 
"No! Non è possibile!" È stato il mio primo pensiero, seguito da un altro per me ancor più interessante "e se fosse davvero possibile? Se esistesse anche solo la più remota delle possibilità di mandare per una sola volta nella vita il nostro orologio personale e avere l'occasione di cambiare qualcosa? Accidenti! Chi non lo vorrebbe!"
E così invece del classico "tic tac tic tac", soffocando il brusio della sala, tanto da stordirmi e incantarmi, dentro la mia testa ho cominciato a sentire : 
"TAC TIC TAC TIC TAC TIC..."
E sì, una cosa l'avrei cambiata: in quel preciso istante sarei tornata indietro di venticinque anni (nel lontano 1990) e avrei lottato disperatamente per non perdere quello che poi si è rivelato (dopo venti lunghissimi anni) l'amore della mia vita. 
Ma si sa quando si è ragazzi l'amore non è poi così importante o perlomeno non gli si dà il giusto peso.
Ora invece è un macigno che schiaccia il cuore. 




TAC TIC TAC TIC TAC TAC TAC TAC TAC TAC...

mercoledì 4 giugno 2014

Lei. Lui. Aspettarsi.

Lei lo aspettava emozionata dietro la porta, con l'orecchio vigile, in attesa di sentir le porte dell'ascensore aprirsi. 
Lo aspettava sui suoi quattordici centimetri di tacchi, nelle autoreggenti e mise di pizzo nero mozzafiato. 
Lo aspettava, (s)vestita, preparata come piaceva a lui. Pronta per lui.
Lo aspettava come si aspetta qualcuno per la prima volta, perché fra loro era così: era sempre la prima volta. 
Lo aspettava con il cuore galoppante nel petto, quasi deciso a schizzar fuori, appoggiata a quell'asse di legno che da lì a poco si sarebbe spalancato. 
Lo aspettava sempre così. 
E quando succedeva, tutto in una frazione di secondo si annullava: le differenze, le complicazioni, le incomprensioni, i dolori, le sofferenze. Tutto spariva quando quei quattro occhi s'incontravano. Su di una bolla, immediatamente, venivano portati via, allontanati dal resto del mondo, da una realtà a volte soffocante. 
Esistevano solo loro e il loro amore. 
Lui la prendeva fra le braccia e la tirava a sé, forte, per paura che si dissolvesse. La teneva stretta e fissandola negli occhi la baciava dolcemente. E in quegli occhi c'era tutta l'amore possibile. Occhi che gridavano " sei MIA", sei "MIO".
Insieme, in quei momenti, tutto era perfetto.
L'amore e la loro passione erano perfetti.
Fra le lenzuola s'incastravano perfettamente non lasciando spazi vuoti e si tiravano fuori l'impossibile. 
Tutto assoluto. 
Davano e amavano tutto.
C'era tutto. 
Lei lo amava come non si dovrebbe mai amare, ma non riusciva a farne a meno. Per lei, lui era il suo respiro. Appena s'avvicinava, il fiato si fermava in gola e dentro tremava come una bimba impaurita. 
Lui l'amava come non si dovrebbe mai amare, in quel modo incostante, imperfetto e a volte crudele, ma nello stesso frangente, dolcissimo e protettivo, e non riusciva farne a meno.
Si amavano follemente e forse malamente, ma non riuscivano farne a meno. Non potevano allontanarsi l'uno dall'altra. Qualcosa li teneva legati, così stretti da far assolutamente e disperatamente male. 
Lei lo aspettava da più di vent'anni. 
Lui, idem.
Lui dopo vent'anni era lì. 
Per lei. 
Per se stesso. 
Per loro. 
Per viversi ciò che il destino a quel tempo non concesse, ma nessuno dei due, sopratutto lei, aveva calcolato i rischi di un amore così. Lei si struggeva per questo amore impossibile che la stava consumando. La sua anima apparteneva a lui e non voleva più far ritorno a casa: la sua casa era lì, fra le sue braccia. 
La sua casa era lui.



(Sotto effetto Alprazolam)

domenica 19 gennaio 2014

Quante parole...

Gli ultimi anni passati a scrivere. Un'infinità di parole che se dovessi raccogliere tutte, ne verrebbe fuori un libro. 
Parole pensate e non. 
Pesate e studiate accuratamente.
Sgorgate con impeto come un fiume in piena da un'anima inquieta ed innamorata.
Vomitate con rabbia da uno stomaco sottosopra per non riuscire a digerire questa vita d'ingiustizie e dolore.
E cagate malamente e senza controllo perché arcistufa della cattiveria delle persone.
Ultimamente mi sto imbattendo in frasi tipo "bisogna lasciar andare le cose come devono" oppure "nell'amore un silenzio val più di un discorso".... e mi chiedo: "ma allora non è servito a nulla? Quei chilometri di parole non hanno avuto senso?" Sinceramente non credo, ma il dubbio piano piano fa la sua comparsa e semina discordia fra i miei pensieri, le ragioni che mi hanno spinta a prendere carta e penna (computer e tastiera o smartphone) e lottare disperatamente con solo l'aiuto di quelle piccole letterine in quel qualcosa in cui credo ferreamente. 
Ma ora? Ora più niente.
Le parole ci sono, sono qui nella mia testa e sono tantissime, forse ancor più impetuose, cariche di tutta me stessa, pronte per essere partorire e prender vita, ma restano lì. 
Tutte mischiate. 
Sparse in un dedalo di pensieri confusi. 
Senza senso. 
E benché le veda nitidamente tutte quante e voglia con tutta me stessa darle forma ed esistenza, loro restano lì. Qualcuna immobile che mi guarda attonita; altre che mi e si rincorrono come giocassero a rimpiattino o nascondino. 
Ma tutte lì:
Amore
Casa
Figli
Sesso
Passione
Odio
Cane
Giardino
Immensità
Infinito
Insieme
Sempre
Calore
Felicità
Lacrime
Morte
Rottura
Unione
Rinascita
Speranza
Credo
Perso
Baratro
E ancora amore, speranza, credo...
........…………
?!
TU. Sempre e solo TU.
.

martedì 1 ottobre 2013

Love is...

Lui "Fai attenzione a scendere le scale"
Lei "Sì non preoccuparti"
Lui "Se facessi passare me avanti, in caso inciampassi, cadresti su di me o riuscirei a tenerti"
Lei "Grazie caro, ma forse è meglio che stia io avanti a te"

Lui 80' anni
Lei 78' anni

L'amore...e l'amore...
Senza età, senza tempo. 
Perché l'amore, quello vero, è proprio questo ed esiste! 
Una morsa al cuore quando ho sentito il dolcissimo dibattito di quei due vecchietti. In quel momento tutto si è fermato. Tutto il caos, dello studio medico in cui lavoro, di colpo ha cessato di esistere, si son sentite unicamente quelle parole riecheggiare sulle scale, quasi urlate, a quell'età l'udito...beh sappiamo com'è... 
Un dialogo breve, ma colmo di rispetto e affetto, delicatezza e tenerezza, di premura e preoccupazione reciproca. 
Perché l'amore fa questo, ha questo potere: ferma il mondo, il tempo, toglie il respiro e forse sì, rende un po' ebete, ma le emozioni che scatena nell'anima non hanno confini e paragoni e son sempre nuove, ogni volta. Mai le stesse. MAI. Anche a quell'età. A me le ha scatenate e non nego di aver sentito le lacrime pungermi gli occhi. 
Con passo quasi felpato li ho seguiti e una volta in fondo alle scale, lei dolcemente ha teso la mano a lui che senza esitazione ha preso al volo e così, mano nella mano, si sono incamminati verso casa? Sicuramente. O incontro ad ancora qualche scampolo di vita che Dio concederà loro ma sempre insieme, finché morte non li separerà. Ma il vero amore non avrà fine, nemmeno dopo l'arrivo della signora in nero. 
Le anime si riconosceranno sempre e sempre si ritroveranno. 

Grazie "Lui" e "Lei" per questa piccola ma grandissima lezione di vita e rispetto che mi avete mostrato e grazie soprattutto perché siete riusciti con semplici parole a sciogliere quello strato di ghiaccio che si era formato intorno al mio cuore ormai troppo deluso, ferito e triste. 
Grazie. Davvero.
E che Dio vi regali ancora tantissimi giorni felici insieme.