sabato 26 agosto 2017

Ubi tu es, ibi et ego ero...





Ventisei agosto, estate calda e lei mi stava prelevando il sangue (cosa non molto gradevole..). La dottoressa incuriosita dal mio tatuaggio, leggendolo mi chiede:
"E' molto bella questa frase e non voglio farmi gli affari suoi, ma posso chiederle perché l'ha scelta?"
Mi ha stupito quella domanda, solitamente la maggior parte delle persone mi chiede il significato e qualcuno storce il naso perché in latino, facendomi passare per sapientona, come se saper qualcosa fosse una disgrazia! Ok, ho fatto il classico e qualche reminiscenza ce l'ho ancora, ma ero proprio una sega! Voglia di studiare pari a zero. (Comunque l'ho terminato lo stesso il liceo, sega o meno..).
Ma ritornando alla domanda della dottoressa..
La guardo e rimango a bocca aperta. Non riuscivo a spiccicare una parola. Passati quei secondi imbarazzanti le rispondo
"E' per l'amore della mia vita. Dedicata a lui. Non l'ho scelta io, è lei che ha scelto me."
La dottoressa sempre più incuriosita
"Non voglio sembrarle invadente, ma la prego, mi spieghi, se ne ha piacere, i suoi occhi brillano di una bellissima luce"
E così mi son ritrovata, per nulla a disagio, a raccontare ad una gentilissima sconosciuta la mia storia d'more.
"Guardi signora, ho la pelle d'oca! (non scherzava, l'aveva davvero). Dovrebbe farne un romanzo!"
Io le sorrido, ma l'unica sillaba uscitami è stata "eh..."
Il prelievo finito da un pezzo. Una difronte all'altra come due vecchie amiche che sorseggiano un the ritrovate dopo una vita. Entrambe, per motivi differenti, con gli occhi che brillavano, ma un unico pensiero che solo lei ha avuto il coraggio di esternare:
"Le auguro di trovare il suo lieto fine, perché storie così non si sentono tutti i giorni e devono per forza averlo un lieto fine. In bocca al lupo!"
Così la dolcissima dottoressa, tra l'altro nemmeno tanto giovane, è riuscita a rendere piacevole un momento che non lo era affatto e a raddrizzare una giornata nata veramente storta.
Che posso dire? Grazie? Non credo possa bastare: a volte s'incontrano persone che in realtà sono angeli che con poche parole, occhi vispi e orecchie dell'anima belle dritte, sono in grado di farti ritornare la speranza perduta e la voglia di credere ancora  in quell'amore, per cui ho lottato disperatamente e sto ancora lottando da una vita, così complicato, difficile e doloroso, ma immensamente bello, unico e speciale.
Perciò:

UBI TU ES, IBI ET EGO ERO...
(Dove tu sei, lì anche io sarò...)

SEMPER.


martedì 18 ottobre 2016

...e ha lasciato..

...e ha lasciato che si avvicinasse, sperando che potesse colmare quella distanza che stava facendo a pezzi quel poco che rimaneva del suo raziocinio.
E ha lasciato che le sue braccia l'accogliessero, sperando fossero calde, in grado di intiepidire la sua anima ormai di ghiaccio.
E ha sperato che il suo abbraccio fosse abbastanza forte da non farla scappare lontano.
Che fosse abbastanza dolce da tenerla.
Che fosse abbastanza passionale da scatenarle il desiderio ormai assopito.
Che fosse abbastanza.
E ha lasciato che le sue mani vogliose scorressero sul suo corpo tremante.
E ha lasciato che le sue labbra si avvicinassero alle sue, sperando che il loro sapore fosse abbastanza per ricredere nell'amore.
E ha lasciato che i loro sapori si mischiassero.
E ha provato a lasciare andare.
Si è abbandonata a qualcosa che non voleva, ma lo doveva fare, perché il dolore che sentiva serpeggiare dentro era troppo da sopportare, cercando così una scappatoia, a tutti i costi, per stare un po' meglio.
Ma quel sapore, quegli odori, per nulla famigliari hanno scavato dentro ancor di più.
Facevano male ancor di più.
Non erano i suoi.
Male.
Troppo.
Nausea.
Voglia di vomitare.
La testa piena di ricordi e immagini tutte buttate per aria.
Confusione.
Niente calore.
Niente desiderio.
Niente amore.
Nessun trasporto.
Nessun abbandono.
Niente. Di. Niente.
Solo fermare le sue mani già pronte per andare oltre.
Solo allontanarsi il più velocemente possibile.
Solo scappare via.
Scappare via da tutto.
La paura, la sola cosa rimasta; la paura di non riuscire più a vivere.
Un'unica certezza, ancora una volta, la sola ed unica certezza che la stava consumando lentamente: un amore assurdo, infinito, disperatamente troppo forte per quella persona da cui tentava di fuggire, senza riuscirci, da tutta una vita.
Dentro.
Lì per sempre. 
E lo sapeva: non se ne sarebbe mai liberata.


venerdì 29 luglio 2016

Michele.

Non sono solita parlare di malattie perché ritengo l'argomento molto delicato e personale, ma questa volta lo devo fare, più per me stessa che per altro.

Per ringraziarti, Michele.

Lavoro in uno studio medico e una delle regole fondamentali è cercare, il più possibile, di non affezionarsi ai pazienti, mantenere un certo distacco, non farsi coinvolgere dalle loro vite. A volte però è impossibile.
Poco più di tredici mesi fa sei venuto in studio con una tosse fastidiosa.
Tredici mesi dopo un cancro ai polmoni ti ha portato via.
Troppo giovane. Troppo buono.
Un cancro ha portato via i tuoi grandi e dolcissimi occhi marroni; il tuo sorriso, quasi sempre nascosto dai baffi; la tua voce forte e le tue spalle possenti. Un "omone". Perché tu eri così: grande, alto e forte, ma di una bontà senza senso, che traspirava da ogni parte di te.
Ho sperato e pregato che questo male di merda ti risparmiasse, perché le persone come te sono (non erano!) rare, ma niente da fare: nessuna pietà.
Te ne sei andato. E l'hai fatto da incazzato.
Lo sapevi che quelle sarebbero state le tue ultime ore e ti sei ribellato rifiutando cure, cibo e acqua.
Incazzato davvero, forse per la prima volta in vita tua.
Il vuoto che hai lasciato è grande.
Il dolore, idem.

Buon viaggio Michele, ovunque tu sia diretto e grazie.
Grazie di aver fatto parte della mia vita.

Ti voglio bene.

sabato 27 febbraio 2016

Freedom

Urla nella notte. Mi alzo di colpo, spaventata. Corro nella camera dei miei figli per capire se quelle grida provengono da lì.
Tutto silenzio. Tutto tranquillo. Loro ancora fra le dolci e calde braccia di Morfeo.
Alla finestra: guardo fuori. Niente.
Sul balcone. Niente ancora. La notte canta solo il suo buio silenzio.
"Sogno? Incubo? Boh... Eppure quelle grida le ho sentite! Ma sì, torniamo a letto, son solo le tre e qualche minuto".
Chiudo gli occhi. Ci riprovo, la notte è ancora lunga.
Li riapro ancor più spaventata di prima e mi scontro contro il buio della mia camera e la consapevolezza che quelle grida provenivano da me.
Non è stato un sogno, nemmeno un incubo, ma semplicemente la mia anima che si ribellava alle catene strettele intorno. Urla da dentro, così strazianti e così acute da svegliarmi.
Strillava perché messa a tacere. Da chi ho intorno. Da chi non accetta e non ascolta quel che ha da raccontare. E di conseguenza anche da me.
Costretta al silenzio da chi la vuole diversa da quello che realmente è.
Costretta a qualcosa di non voluto.
Costretta.
Forse perché diversa, non convenzionale. Non speciale, solo diversa.
Forse perché canta la semplicità.
Forse perché è capace di perdersi nel guardare un sole che sorge e si bea dei colori del cielo.
Forse perché vede amore ovunque e ne viene risucchiata.
Forse perché crede che l'amore sia l'unica cosa al mondo così potente da vincere su tutto.
Forse crede troppo.
Forse ha sbagliato. (?) (!)
A forza di essere messa a tacere ha cominciato a credere veramente che fosse lei quella sbagliata e ad ogni botta subita si è fatta sempre più piccina, fino a chiudersi su se stessa rimanendo avvolta solo da silenzi, ombre e finzioni. L'unica cosa che è in grado di fare ora è gridare nella notte per cercare di ribellarsi ad una condizione non voluta.
Le catene, quelle che non si vedono, sono le peggiori: stringono e soffocano. Sono quelle che ledono la libertà interiore. La libertà del nostro essere.

Io sono questo. Io sono il tatuaggio che ho sulla nuca:






Chiudere un'anima, chiuderla in una gabbia, impedendole di esprimersi liberamente, avrà sì dapprima l'effetto desiderato: il silenzio, ma poi la sua natura prevarrà, prenderà il sopravvento su tutto e tutti e sarà in grado di spiccare nuovamente il volo e stavolta nessun la potrà fermare.
Nessuno più tarperà le sue ali. E volerà via. Via, il più lontano possibile da chi non è mai riuscito ad amarla per quello che realmente è. E andrà via. Senza guardarsi indietro non tornerà più, lasciando gli altri ad ammirare e un po' anche invidiare la sua rinascita ed il suo volo eterno.

NESSUNO PUÒ' METTERE UN'ANIMA IN GABBIA. E' COME INGABBIARE LA LIBERTÀ'.







martedì 15 dicembre 2015

Riga bianca

Mio padre era uno che per lavoro viaggiava molto e qualche volta mi è capitato di dover andare con lui. Sì, per dovere, mai per mia scelta. Il perché? Perché non ero uno stinco di santo, anzi, ero ribelle fino nel midollo, tant'è che il soprannome affibbiatomi era "sciagura" e portandomi con lui (secondo il suo pensiero, naturalmente) poteva essere un modo per farmi rinsavire.
Peccato però che questo ragionamento non sortisse mai l'effetto desiderato, ma l'esatto contrario. Perciò mi ritrovavo in una macchina con lui e davanti a me migliaia di chilometri da percorrere.
Fossero stati solo i chilometri da sopportare niente era, ma, io, lui e le sue interminabili paternali, erano davvero una rottura di palle colossale!
Avevo imparato, già a quel tempo, a sorridere e annuire e a chiudere i padiglioni auricolari, aprendoli solo ogni tanto per non cadere delle nuvole in caso di domanda improvvisa.
I viaggi erano lunghi, molto e si viaggiava in tutte le stagioni. Una delle poche cose che mi affascinavano di mio padre era la sua sicurezza al volante. Pioggia, neve, grandine, nebbia, nubi, sole, giorno e notte, lui era sempre nella corsia di sorpasso. E la cosa sorprendente è che io non avevo paura. Mai. Guidava benissimo ed era attentissimo. L'unico con cui in macchina riuscivo a dormire.
Ricordo uno di quei viaggi e ricordo che faceva davvero freddo. Ricordo la nebbia di quella notte. Così fitta e densa che la si poteva tagliare con il coltello. Non si vedeva nulla. Un muro bianco davanti alla macchina. Credo sia stata l'unica volta che ho avuto paura anche in macchina con mio padre, soprattutto perché lui la corsia di sorpasso non l'aveva mollata manco quella volta.
Guidava tranquillo come se fosse stata una bellissima giornata di sole, ma credo che in quel momento abbia percepito il mio disagio:
- Paura?
- Un po'...... (Mi stavo cagando sotto, ma dargliela del tutto vinta, no!)
- Sai una cosa? Un semplice trucco in casi di nebbia? Non distogliere mai gli occhi dalla riga bianca, o da quella centrale se a doppia carreggiata o da quelle laterali. Segui quella e non finirai mai fuori strada.
- Ah! Capito. (E ricordo che passai il resto del viaggio con gli occhi incollati su quella riga bianca)
Ma dato che un po' stronzetta lo ero già:
- Papà, ma se non ci fossero righe bianche?
- ..................... (Fulminata con lo sguardo)
Però la domanda era più che lecita, non sempre le strade hanno le righe.
Credo però che con quella frase non intendesse trasformarmi nel "Fangio delle autostrade" e che non si riferisse alla nebbia in per sé, piuttosto darmi una lezione, cercare di farmi percorrere strade di vita sicure, insomma, seguire la retta via per non cadere nel burrone.
Ma non sempre c'è una riga bianca ad indicarci la strada, spesso e volentieri le strade sono dissestate, piene di buche, asfaltate male, non indicate a dovere e la segnaletica a dir poco scadente. Quindi s'impara ad andare a cazzo, cercando in tutti i modi di non finire fuori strada o di non andare a sbattere contro il guardrail. Perché a volte può esserci un guardrail a contenerci, ma in altri casi, il burrone è a pochi istanti da noi. E alla fine, quella riga bianca può salvarci?
Non sempre si ha voglia di seguirla. A volte si decide di non guardarla, di far finta che non esista.
E succede che si permetta a quella nebbia così densa e fitta di avvolgere la tua anima, lasciando tutto il mondo e la luce fuori da noi stessi. E così solo un silenzio ovattato cade dentro, donandoci quella agognata e ricercata pace.
A volte si sceglie così, davvero a cazzo: gli occhi chiusi, buio e silenzio, in mezzo ad una strada avvolti dalla nebbia, immersi nella nebbia, e sì circondati da tante righe bianche, ma volutamente ignorate.
Anche in questo caso, caro papà, non sono (stata) in grado di seguire i tuoi consigli ed insegnamenti.
Fossi stato tu la mia riga bianca, ora il burrone non lo guarderei da basso...
















mercoledì 18 novembre 2015

Sorriso da ebete

Parlare di felicità di questi tempi, dove tutti ammazzano tutti e la considerano unica scelta possibile per raggiungere il regno dei cieli, credo suoni alquanto stonato. Non voglio entrare nel merito della vicenda, tutto questo mi fa vomitare, ma son pratica: "Credi in quello che ti pare, ma non rompere il cazzo a nessuno!" Perciò scriverò di quella roba strana chiamata "felicità".
Tutti a rincorrere un sogno, a voler qualcosa da questa vita, a sperare in qualcosa di bello e tutti a voler essere felici. Esiste la felicità? Sì credo proprio di sì, l'ho sfiorata e a volte anche toccata e presa con entrambe le mani, poi sfuggita: io ero pronta (lo sono tuttora) il resto no, non ancora perlomeno. Ora sono ferma e sto aspettando che mi raggiunga. Forse ho corso troppo (non credo, visti i tempi...) o forse il "resto" va troppo piano...non so.... Credo che al "mio resto" faccia paura questa strana roba. Credo sia più facile rimanere a mollo nel brodo di sempre perché sa come bolle e che temperatura può raggiungere; sa come e quando abbassare la fiamma e regolarla in modo tale da non bruciarsi. E' il solito brodo, appunto. Un brodo non più buono ma certamente sicuro perché comunque in grado di soddisfare il fabbisogno quotidiano.
Perché, mi chiedo, fa così paura spegnare il gas sotto questo brodo? Perché spaventa così tanto accendere un altro fuoco sotto un'altra pentola? Perché non sai come può bollire? Io invece penso di sì! C'è consapevolezza che nella nuova pentola non ci sarà la solita minestra trita e ritrita, ma un succulento e prelibato intingolo!!!
Perché fa così paura essere felici? E' più facile assuefarsi al dolore che alla felicità? Può essere. Sai cosa provi nel dolore, sai come reagire ed andare avanti (rassegnazione bella e buona), sai cosa ti aspetta, mentre essere felici è una condizione talmente rara che terrorizza il solo pensiero di viverla.
Ho disfatto in trenta minuti vent'anni di vita costruita lentamente in nome di questa strana roba perché ho capito cosa vuol dire essere davvero felici. E sì mi sono spaventata anche io, e di brutto, ma cazzo quanto è stato bello prendersi uno spavento del genere! E' scoppiata la bolla in cui mi ero rintanata e ho permesso di far entrare aria fresca nei miei polmoni ormai rinsecchiti: ho ricominciato a respirare. Ho spento la fiamma sotto il mio brodo, ho preso la pentola ancora bollente a mani nude e in un momento di follia e coraggio l'ho svuotata nel lavandino.
La felicità esiste e fa paura, ma ci si può abituare, ed è un'abitudine, l'unica, credo, che non stancherà mai. Non ha controindicazioni, solo due piccoli nei: ti stampa sulla faccia un sorriso ebete e ti fa camminare senza toccar terra, ma credo proprio che si possa sopravvivere benissimo.
Io quel sorriso da ebete lo voglio!
La felicità esiste. Basta solo volerla davvero.

martedì 15 settembre 2015

Una volta di troppo..

"L'amico è qualcosa che più ce n'è meglio è.." (cantava così Dario Baldan Bembo, no?) Davvero? Bah.....
Credo che di parole sull'amicizia se ne siano spese tante, tantissime, decisamente troppe e spesso inutilmente; i social ne sono pieni: post e pagine intere intenti a sbandierare l'amicizia perfetta e il modo di tenerti stretto un amico. Tante frasi, belle, anche da riuscire a commuovere e strappare una sincera lacrimuccia, ma sono solo "luoghi comuni", le classiche "frasi fatte". E' un mio parere, naturalmente, anche se penso non solo mio.
Solo un post mi ha colpito veramente, non ricordo le parole esatte, ma il succo era questo:
" L'amico vero è quello che se lo chiami alle tre del mattino e gli dici che hai ucciso qualcuno, non ti fa domande, ma ti risponde 'aspetta che arrivo che ti aiuto a seppellirlo!' "
Forse un po' eccessivo e assurdo, ma in queste parole e in questo atteggiamento, il vero significato dell'AMICIZIA, e cioè: nel bene e nel male, dunque SEMPRE. E' molto raro, ahimè! Anzi, credo proprio che l'amicizia, quella vera, non esita affatto. Cinica? No! Ferita una volta di troppo.
Ora mi limito ad osservare. Non faccio più domande e non chiedo nemmeno più il perché di tanti atteggiamenti o parole dette. Mi son resa conto che solo osservando attentamente, ho tutte le risposte che voglio e sempre desiderato. Alla fine contano solo i fatti.
Cosa ho imparato in tutto questo tempo, in questa prima parte della mia vita? Che a volte è necessario lasciar andare benché ci sia ancora del bene, non chiedere spiegazioni, non farsi troppe seghe mentali, elucubrazioni inutili, ed invitare il suddetto amico (che poi tanto amico non è!) ad uscire dalla tua vita con sguardo basso e passi lunghi ben distesi, augurandogli in meglio che possa avere, ma senza di noi!

E non perché sia speciale, anzi credo proprio di essere un disastro di donna, ma io ero quella sotto casa tua, arrivata senza chiedere spiegazioni e senza giudicare, con la pala in mano che aveva già trovato il posto dove seppellire il cadavere e aveva già scavato!!! Ora però cercati un altro posto e scava per i fatti tuoi, perché la buca l'ho coperta!

Hola..

domenica 9 agosto 2015

Un libro. Amare.

Qualche tempo fa una mia cara amica mi ha imprestato un libro "leggilo, capirai e cambierai. Tu, come me, sei una di loro e non va bene. Il modo che hai, che abbiamo di amare è sbagliato."
Così prendo il libro, un po' scettica e un po' incuriosita "lo leggerò!" ma con noncuranza, ricordo di averlo poggiato sul comodino.
Una, due, tre, quattro sere e il libro continuava a rimanere intonso. Lo guardavo, però niente, non ne venivo attirata. I libri, solitamente, mi chiamano..
Dopo più di una settimana, complice un'incazzatura coi fiocchi e l'anima al rovescio, decido di prendere il libro e dar retta alla mia amica, con la ferma intenzione di leggere, capire e cambiare!
Mi siedo comoda, gli occhiali ben piantati sul naso, pronta a farmi psicanalizzare da quelle pagine.. (ci riusciranno?)
"Donne che amano troppo" di Robin Norwood.
All'inizio tutto normale, poi lo scontro inevitabile con una me stessa che non avrei mai voluto vedere così direttamente. In molti paragrafi sembrava di vedermi riflessa. Una fotocopia spiccicata di persone e situazioni, atteggiamenti e attimi di vita, ma ben consapevole, purtroppo, del mio modo di amare. Vedersi dal di fuori è diverso, credo faccia male in modo diverso. Sembrava di stare seduta su di una poltrona di un cinema a guardare correre pezzi di un film tragicomico! Che brivido...
Sono arrivata circa a metà del libro, non riesco ad andare oltre, perché ogni volta che provo a leggere ancora, mi si gonfiano gli occhi e cominciano a rigurgitare lacrime a non finire. Perché? Benché scavi dentro e scenda molto in profondità, decisamente troppo, credo che, sbagliato o meno, il mio modo di amare rimarrà sempre quello e oltremodo consapevole della cosa, non riesco e forse non voglio cambiare.
Perché poi proprio il mio modo deve essere sbagliato? Perché amare troppo è sbagliato?
Perché dò tutto e tutta me stessa in cambio di briciole, quando meriterei una pagnotta intera?
Non lo so! Non ho risposte e non so dove mi porterà questo "amare troppo", però so che potrò dire a distanza di anni "ho fatto, lottato, dato e amato completamente, senza lasciar nulla d'intentato e non ho rimpianti!"
Mera consolazione? Non credo. E' credere nell'Amore, quello scritto in grande, vissuto in grande.
E' credere che l'Amore sia l'unica vera forza che faccia girare l'intero universo.

Psicoanalisi fallita!

venerdì 7 agosto 2015

Vale anche per le persone?




La pianta in questione è un banalissimo cactus. Una palla vegetale, tonda, a volte ovale, altre dalla forma allungata (lo so perché sul mio balcone ho vasi che ne contengono di tutte le forme e dimensioni) ricoperta di spine e dall'aspetto a dir poco insignificante. E' una pianta che davvero non sa di nulla. Verde e spinosa. Non profuma e necessita di poca acqua. La guardi e non dà soddisfazioni. Poi un giorno vedo spuntare un foruncolo pelosetto e penso "sarà l'adolescenza" e girandomi sui tacchi me ne sono andata, sorridendo fra me e me per la battuta di poco spirito che ho tirato fuori.
Nei giorni successivi, il foruncolo è aumentato di dimensioni, tanto da sembrare una trombetta.
Stava diventando interessante.
Una mattina presto, svegliata dal caldo, sono andata sul balcone a cercare un po' di fresco, ed eccola lì, nella luce flebile dell'alba, quella pianta tanto insulsa, ha partorito un fiore così bello da lasciarmi senza fiato. Un profumo dolcissimo, quasi nauseabondo, colori delicatissimi, da sembrar di seta e quei pistilli al centro, parevano ciglia contornanti un occhio profondo. E quell'occhio guardandomi dolcemente sussurrava "mi vedi ora come sono realmente?"
E così i pensieri hanno cominciato un inevitabile percorso: vale anche per le persone? dentro ognuno di noi, dietro ad una corazza di aculei c'è un fiore tanto profumato, tanto dolce e delicato da lasciar senza fiato? Ed è possibile che da qualcosa di brutto possa nascere qualcosa di davvero meraviglioso? E perché se davvero esiste questa meraviglia dentro le persone, perché nasconderla?
E' così bello mostrarsi per quel che si è, senza dover alzare barriere per difendersi.

Questa palla vegetale, ora è diventata la regina di tutte le piante che ho sul terrazzo, continua a sfornare "bambini" che accuratamente stacco e ripianto in altri vasi, in attesa che ogni anno compia e non solo lei, un altro splendido miracolo.









lunedì 27 luglio 2015

Un pezzo di strada




Un pezzo di corso, un pezzo della mia Torino: Vittorio Emanuele II. Un pezzo di strada trafficato, nel centro della città che porta alla stazione di Porta Nuova. Un pezzo come tanti, per tanti. Per me, no! Un pezzo di viale particolare, direi quasi perfetto. Unico.
È stato difficile fare queste foto, appunto perché è un corso "vissuto", e ci ho provato per mesi, poi finalmente ci sono riuscita, complice la stagione, estate, che ha svuotato la città e l'ora, erano circa la sette e trenta della mattina, l'hanno reso possibile, anche se queste foto non riescono ad immortalare del tutto ciò che i miei occhi catturano quando passo di qua. E tutte le settimane, per motivi di lavoro, per me è come passare per la prima volta e le sensazioni son sempre belle, più belle. 
È come entrare a Narnia! In un altro mondo e mi perdo. Per una manciata di secondi, perché dal semaforo al monumento, in macchina, ci va meno di mezzo minuto, io mi perdo. E osservo laggiù il punto di fuga e mi sembra lontanissimo, inarrivabile. 
E gli alberi... Secolari. Incredibilmente belli, maestosi con quei rami che toccano il cielo e chiudono il corso dal sole, creando un'ombra perfetta e silenziosa. E le foglie si toccano. Sì, questi alberi separati dalla strada, riescono a toccarsi nel cielo. Come succede alle loro radici sotto terra. 
Sono uniti e lo sono da una vita lunghissima. Sono lì da decenni e decenni. 
Sembrano amanti lontani che non possono stare vicini fisicamente, ma le loro menti, i loro pensieri, le loro anime si mischiano nell'aria e nelle viscere di una vita crudele e si amano in un modo unico e assoluto.
Una fantasia perfetta. 
Un corso perfetto. 
Una Narnia in una città perfetta. 
La mia. 

martedì 13 gennaio 2015

Tic tac tic tac [Tac tic tac tic...]

Qualche tempo fa, in l'occasione del compleanno di mio padre, sono andata a pranzo in un ristorante in Strada Valsalice, qui a Torino, dove, tra l'altro, si mangia egregiamente bene. E oltre, ma soprattutto, ad essere stata attirata dai piatti serviti, deliziosi, il mio sguardo si è fermato su una colonna al centro della sala. Su di essa e su ogni suo lato, un orologio. Dapprima li ho guardati con disinteresse, ma inconsciamente qualcosa mi ha lasciata perplessa e così, per placare la mia infinita curiosità, mi sono alzata dalla sedia e mi sono piazzata davanti a quella colonna a fissare uno dei quattro orologi. C'era davvero qualcosa che non andava: girava in senso antiorario. Andava indietro! 
"No! Non è possibile!" È stato il mio primo pensiero, seguito da un altro per me ancor più interessante "e se fosse davvero possibile? Se esistesse anche solo la più remota delle possibilità di mandare per una sola volta nella vita il nostro orologio personale e avere l'occasione di cambiare qualcosa? Accidenti! Chi non lo vorrebbe!"
E così invece del classico "tic tac tic tac", soffocando il brusio della sala, tanto da stordirmi e incantarmi, dentro la mia testa ho cominciato a sentire : 
"TAC TIC TAC TIC TAC TIC..."
E sì, una cosa l'avrei cambiata: in quel preciso istante sarei tornata indietro di venticinque anni (nel lontano 1990) e avrei lottato disperatamente per non perdere quello che poi si è rivelato (dopo venti lunghissimi anni) l'amore della mia vita. 
Ma si sa quando si è ragazzi l'amore non è poi così importante o perlomeno non gli si dà il giusto peso.
Ora invece è un macigno che schiaccia il cuore. 




TAC TIC TAC TIC TAC TAC TAC TAC TAC TAC...

mercoledì 4 giugno 2014

Lei. Lui. Aspettarsi.

Lei lo aspettava emozionata dietro la porta, con l'orecchio vigile, in attesa di sentir le porte dell'ascensore aprirsi. 
Lo aspettava sui suoi quattordici centimetri di tacchi, nelle autoreggenti e mise di pizzo nero mozzafiato. 
Lo aspettava, (s)vestita, preparata come piaceva a lui. Pronta per lui.
Lo aspettava come si aspetta qualcuno per la prima volta, perché fra loro era così: era sempre la prima volta. 
Lo aspettava con il cuore galoppante nel petto, quasi deciso a schizzar fuori, appoggiata a quell'asse di legno che da lì a poco si sarebbe spalancato. 
Lo aspettava sempre così. 
E quando succedeva, tutto in una frazione di secondo si annullava: le differenze, le complicazioni, le incomprensioni, i dolori, le sofferenze. Tutto spariva quando quei quattro occhi s'incontravano. Su di una bolla, immediatamente, venivano portati via, allontanati dal resto del mondo, da una realtà a volte soffocante. 
Esistevano solo loro e il loro amore. 
Lui la prendeva fra le braccia e la tirava a sé, forte, per paura che si dissolvesse. La teneva stretta e fissandola negli occhi la baciava dolcemente. E in quegli occhi c'era tutta l'amore possibile. Occhi che gridavano " sei MIA", sei "MIO".
Insieme, in quei momenti, tutto era perfetto.
L'amore e la loro passione erano perfetti.
Fra le lenzuola s'incastravano perfettamente non lasciando spazi vuoti e si tiravano fuori l'impossibile. 
Tutto assoluto. 
Davano e amavano tutto.
C'era tutto. 
Lei lo amava come non si dovrebbe mai amare, ma non riusciva a farne a meno. Per lei, lui era il suo respiro. Appena s'avvicinava, il fiato si fermava in gola e dentro tremava come una bimba impaurita. 
Lui l'amava come non si dovrebbe mai amare, in quel modo incostante, imperfetto e a volte crudele, ma nello stesso frangente, dolcissimo e protettivo, e non riusciva farne a meno.
Si amavano follemente e forse malamente, ma non riuscivano farne a meno. Non potevano allontanarsi l'uno dall'altra. Qualcosa li teneva legati, così stretti da far assolutamente e disperatamente male. 
Lei lo aspettava da più di vent'anni. 
Lui, idem.
Lui dopo vent'anni era lì. 
Per lei. 
Per se stesso. 
Per loro. 
Per viversi ciò che il destino a quel tempo non concesse, ma nessuno dei due, sopratutto lei, aveva calcolato i rischi di un amore così. Lei si struggeva per questo amore impossibile che la stava consumando. La sua anima apparteneva a lui e non voleva più far ritorno a casa: la sua casa era lì, fra le sue braccia. 
La sua casa era lui.



(Sotto effetto Alprazolam)

domenica 19 gennaio 2014

Quante parole...

Gli ultimi anni passati a scrivere. Un'infinità di parole che se dovessi raccogliere tutte, ne verrebbe fuori un libro. 
Parole pensate e non. 
Pesate e studiate accuratamente.
Sgorgate con impeto come un fiume in piena da un'anima inquieta ed innamorata.
Vomitate con rabbia da uno stomaco sottosopra per non riuscire a digerire questa vita d'ingiustizie e dolore.
E cagate malamente e senza controllo perché arcistufa della cattiveria delle persone.
Ultimamente mi sto imbattendo in frasi tipo "bisogna lasciar andare le cose come devono" oppure "nell'amore un silenzio val più di un discorso".... e mi chiedo: "ma allora non è servito a nulla? Quei chilometri di parole non hanno avuto senso?" Sinceramente non credo, ma il dubbio piano piano fa la sua comparsa e semina discordia fra i miei pensieri, le ragioni che mi hanno spinta a prendere carta e penna (computer e tastiera o smartphone) e lottare disperatamente con solo l'aiuto di quelle piccole letterine in quel qualcosa in cui credo ferreamente. 
Ma ora? Ora più niente.
Le parole ci sono, sono qui nella mia testa e sono tantissime, forse ancor più impetuose, cariche di tutta me stessa, pronte per essere partorire e prender vita, ma restano lì. 
Tutte mischiate. 
Sparse in un dedalo di pensieri confusi. 
Senza senso. 
E benché le veda nitidamente tutte quante e voglia con tutta me stessa darle forma ed esistenza, loro restano lì. Qualcuna immobile che mi guarda attonita; altre che mi e si rincorrono come giocassero a rimpiattino o nascondino. 
Ma tutte lì:
Amore
Casa
Figli
Sesso
Passione
Odio
Cane
Giardino
Immensità
Infinito
Insieme
Sempre
Calore
Felicità
Lacrime
Morte
Rottura
Unione
Rinascita
Speranza
Credo
Perso
Baratro
E ancora amore, speranza, credo...
........…………
?!
TU. Sempre e solo TU.
.

martedì 1 ottobre 2013

Love is...

Lui "Fai attenzione a scendere le scale"
Lei "Sì non preoccuparti"
Lui "Se facessi passare me avanti, in caso inciampassi, cadresti su di me o riuscirei a tenerti"
Lei "Grazie caro, ma forse è meglio che stia io avanti a te"

Lui 80' anni
Lei 78' anni

L'amore...e l'amore...
Senza età, senza tempo. 
Perché l'amore, quello vero, è proprio questo ed esiste! 
Una morsa al cuore quando ho sentito il dolcissimo dibattito di quei due vecchietti. In quel momento tutto si è fermato. Tutto il caos, dello studio medico in cui lavoro, di colpo ha cessato di esistere, si son sentite unicamente quelle parole riecheggiare sulle scale, quasi urlate, a quell'età l'udito...beh sappiamo com'è... 
Un dialogo breve, ma colmo di rispetto e affetto, delicatezza e tenerezza, di premura e preoccupazione reciproca. 
Perché l'amore fa questo, ha questo potere: ferma il mondo, il tempo, toglie il respiro e forse sì, rende un po' ebete, ma le emozioni che scatena nell'anima non hanno confini e paragoni e son sempre nuove, ogni volta. Mai le stesse. MAI. Anche a quell'età. A me le ha scatenate e non nego di aver sentito le lacrime pungermi gli occhi. 
Con passo quasi felpato li ho seguiti e una volta in fondo alle scale, lei dolcemente ha teso la mano a lui che senza esitazione ha preso al volo e così, mano nella mano, si sono incamminati verso casa? Sicuramente. O incontro ad ancora qualche scampolo di vita che Dio concederà loro ma sempre insieme, finché morte non li separerà. Ma il vero amore non avrà fine, nemmeno dopo l'arrivo della signora in nero. 
Le anime si riconosceranno sempre e sempre si ritroveranno. 

Grazie "Lui" e "Lei" per questa piccola ma grandissima lezione di vita e rispetto che mi avete mostrato e grazie soprattutto perché siete riusciti con semplici parole a sciogliere quello strato di ghiaccio che si era formato intorno al mio cuore ormai troppo deluso, ferito e triste. 
Grazie. Davvero.
E che Dio vi regali ancora tantissimi giorni felici insieme.




giovedì 5 settembre 2013

Odi et amo

E quando credi di aver detto proprio tutto e di più, quando credi che non ci sia più nulla da dire, eccole...parole come un torrente in piena che nessuna diga è in grado di fermare. Parole però che si schiantano su un muro di gomma, destinate a rovinarmi addosso. Parole contro un silenzio assordante, che spacca i timpani. Un silenzio che scava nelle viscere di un cuore ormai di pietra, che tu hai reso di pietra, ma per un motivo assurdo, quel tuo silenzio riesce a scalfire: ferisce e spiazza.
Un silenzio. Tu. 
Tu sei IL SILENZIO. 
Lo so. 
E lo odio.
TI ODIO!
Con tutta me stessa. 
Con quell'anima che ti ha sempre amato sopra ogni cosa. 
Ora ti odia. 
Odia ciò che sei e ciò che hai fatto di me. Di noi. 
Un odio profondo, tanto quanto il mio amore. 
C'è una battaglia in corso dentro me. Il drago, la mente, il cuore e l'anima, che non cantano più all'unisono. 
Il drago reso cieco dal troppo dolore, sorregge con entrambi gli artigli e brandisce nell'aria una spada, alla ricerca di quell'amore da assassinare.
Il cuore, benché duro e anch'esso silenzioso, prova a difendersi a mani nude. Cerca di difendere quell'amore così difficile, ma così prezioso, di custodirlo, di non lasciarlo alla belva, al nemico. Cerca riparo e si raggomitola su se stesso, tanto da divenire piccino. Un puntino. Ma in quel puntino...tu. Vivo. Presente. 
E quel cuore batte. 
Quel cuore rivive. 
Quel piccolissimo puntino...crede, spera, sogna. 
Quel cuore lo trafiggerei con la mano armata della mente, lo dilanierei, fino ridurlo a brandelli, fino a farlo sparire. Perire. Ma quel puntino rinsecchito, scalpita e continua a battere. 
Lentamente. 
Ma continua a cantare incessantemente il suo ritornello e il drago, nulla può. Nulla.
La mente ti odia. 
Il cuore no. 
L'anima impazzita è divisa a metà.
Ed io non so chi ascoltare. 
Ad un trivio...
Mi girerò e di spalle tirerò un sassolino, dove andrà, andrà. 
E così sia. 
Ma la mano del destino o la iella, la fortuna, la sorte, o qualunque cosa imprecisata sia, come il ramo di un albero che sporge sul viale, una folata di vento, un uccellino che passa per caso o un fiore inspiegabilmente e meravigliosamente cresciuto sul selciato...impediranno ogni mia scelta...e quel puntino non smetterà di battere, non perirà e l'amore non cesserà d'esistere...
Il nemico cadrà.
È caduto.
Sei in un puntino. 
Sei quel puntino, immenso, capace di sopraffare un drago famelico, feroce, inquieto, insofferente, idrofobo, sperso in un dedalo di sentimenti contrastanti.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. 
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Il drago è morto! 

Ti odio..

domenica 7 luglio 2013

(L)ode al Vaffanculo

Attimi in cui ti guardi intorno e non capisci in quale strano mondo tu sia finita.
Attimi in cui guardi le persone con occhi indifferenti.
Attimi in cui ti poni quindicimila domande, ma non te ne frega nulla di avere la benché minima delle risposte.
Attimi in cui ti guardi dritto negli occhi innanzi ad uno specchio e vedi ciò che non vorresti vedere e ti rendi conto di quanto questa vita ti stia stretta.
E attimi in cui vorresti gridare un sonoro vaffanculo all'intera umanità.
Questi sono solo attimi. Questo è L'ATTIMO:

V.A.F.F.A.N.C.U.L.O.

Gridarlo sul grugno di tutti quelli che mi stanno accanto, almeno simulano la presenza. Di mandarvi tutti quelli che indossata la toga, si ergono giudici del momento senza cognizione di causa, puntando il dito, giudicando e condannando, quando, quel loro lurido dito, dovrebbero ricacciarselo nello stesso identico posto in cui l'han sempre tenuto: su per il culo.
A tutti quelli che si professano amici sinceri, che fanno promesse come se mangiassero pane, quando una promessa è una promessa: un debito, e ormai dimentichi del loro dolore e cullati da un'effimera felicità, non sono in grato di sorreggere il tuo, forse perché troppo grande e vero.
A tutti quelli che ti compatiscono, quando tu in realtà non cerchi compassione ma unicamente un'altra anima che sappia ascoltare con quelle orecchie invisibili che ha soltanto un'anima sensibile.
A tutti quelli che fanno la morale, quando la morale non esiste neanche nelle favole.
A tutti i finti e bugiardi, a tutti gli attori nati, che indossano il costume del giorno per calcare la scena del momento, incapaci di essere loro stessi, di mostrarsi per quel che realmente sono.
A tutti quelli che tengono le persone legate con mezzi poco leciti, privandole della dignità, dell'orgoglio e della personale libertà.
Vaffanculo a tutti quelli che si riempiono la bocca di milioni e poi difronte ad un caffè al bar non mettono mano al portafogli.
A tutti quelli che invidiano il tuo sorriso, non sapendo che magari dietro ad esso, si celano sofferenze inimmaginabili e che malgrado le stesse, trovi ancora la forza di sfoderare le tue arcate dentarie, a stento e con fatica, ma lo fai, perché un sorriso non si nega a nessuno.
A tutti quelli che demoliscono i sogni altrui, che non li capiscono e non li rispettano, perché non consoni ai loro.
A chi crede di essere sempre dalla parte della verità e della ragione, quando quelle stan sempre al centro o forse perché la parte del torto è già stata destinata da loro.
A tutti quelli che non son capaci di chiedere scusa, che non sanno cosa vuol dire chiedere scusa e a tutti quelli che credono di essere senza peccato, al di sopra di tutti, ma CHI E' SENZA PECCATO, SCAGLI LA PRIMA PIETRA! (recita così il Vangelo? dal Vangelo secondo Giovanni).
E una lode a tutti quelli che si alzano dal letto e con rabbia mordono la vita, non accettando di essere la 'massa'. Che seguono le loro idee, i loro credo e i loro sogni, che non si fanno condizionare e con coerenza rimangono sulle loro posizioni. SEMPRE. Anche andando contro corrente, remando in mezzo alla tempesta. Ma sempre dritto, per raggiungere quell'isola di speranza, che sanno essere là. Sì proprio là infondo. sull'orizzonte. Su quella linea che ognuno spera di poter raggiungere.
E vorrei potermi svegliare una mattina e invece di poggiare i piedi sulla solita pedana invisibile che mi catapulta in un mondo completamente storto, smonco, come dice mia figlia, mi catapulterei io stessa in un mondo tutto mio. Cucito a mia misura. Né troppo largo, da ballarci dentro, né troppo stretto da sentirmi soffocare. Proprio come quella frase dal film 'Alice in Wonderland':

Se io avessi un mondo come piace a me, 
là tutto sarebbe assurdo:
niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa!
Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!" 

E invece mi ritrovo ad indossare questo abito (vita) così stretto, attillato, fatto di un tessuto sintetico che non lascia passare aria, che fa sudare, e mi sento, io stessa, una cabina sauna! Un abito intriso di tutto tranne che di cose piacevoli. E quelle poche cose piacevoli, non durano neanche il tempo di finire la frase "sto be(ne)!"
Anzi, non riesci nemmeno a dirla, la formuli, te la crei nella testa, le dai una forma bellissima, perché in quel momento ti senti proprio così, ma nell'istante in cui provi a cacciare fuori quelle fottutissime sette lettere...puff....ti ritrovi a tartagliare " s-s-to be-be-be....", e il "ne", non esce. La frase resta sospesa nel vuoto. La frase, la parola restano incompiute. La tua vita resta incompiuta. 
Ed è già realtà. Era tutto uno scherzo!
Un'altra, l'ennesima illusione. L'ennesimo sogno ad occhi aperti. L'ennesima speranza di farla in barba al destino andata a farsi fottere. L'ennesimo film con un finale che non hai scritto tu, ma da uno sceneggiatore che non si cosa diavolo si sia fumato prima di inventarsi 'sto copione.
Ma IO, non ho più voglia di recitare in questo lungometraggio. Non mi piace la scenografia, non mi piacciono gli attori e le comparse, non mi piace la location, non mi piacciono i tempi e le situazioni. Questa storia non mi piace. E' tutto finto. 
Ho solo voglia di spogliarmi.
Di togliermi di dosso questo merdosissimo vestito e camminare nuda. Con i piedi nudi. Sulla terra.

Davanti a me uno specchio che riflette ciò che ho alle spalle: una finestra spalancata sul mondo. Un cielo scuro, stellato, e lo guardo, ma mi sembra così inutile in questa nottata e l'unico pensiero che riesco a partorire è: "vaffanculo pure tu! In questa notte non servi a nulla, almeno, non a me!"

domenica 9 giugno 2013

La forza della musica

Ci son canzoni che non sono canzoni, ma poesie vere e proprie, che ti entran dentro e sembrano dare un senso alla vita. In questi momenti di confusione interiore, dove, davvero, non so da che parte girarmi e penso che assecondare l'onda sia la soluzione migliore, mi ritrovo, ogni qualvolta, a cercare quella canzone/poesia che mi dia ancora la forza di capire e andare avanti.
Direte "ma è solo una canzone!"
Sì, è vero, ma la vita non lo è forse con le sue strofe, le sue rime ed i suoi ritornelli?
"Sally" di Vasco è la poesia cantata più bella che sia mai stata scritta (naturalmente è un parere del tutto personale). E appunto, in questi momenti , il dito scatta di continuo sul RW e arrivo ad ascoltarla anche dieci volte di seguito. E canto, urlo a squarciagola nel mio confortevole, caldo, intimo abitacolo a quattro ruote, forse per tirare fuori tutto ciò che ho dentro. Per cacciare quel dolore che opprime e schiaccia.
E ogni volta è un brivido.
Quella canzone è da brivido, proprio come canta.
Sarebbe troppo facile e sicuramente più bello farsi coinvolgere da quelle splendide note allegando il video a questo post, ma leggere quelle parole, lentamente, una ad una, è tutta un'altra cosa.
Immedesimarsi nella nostra "Sally" personale: ecco lo scopo. Perché dentro ognuno di noi, uomo o donna che sia, c'è o c'è stata una Sally che ha camminato per la strada senza nemmeno guardare per terra, che non ha più voglia di fare la guerra, che ha patito troppo e che ha visto cosa le può crollare addosso. Ma la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia!
Sì, perché senza un pizzico di follia la vita non sarebbe vita!

Sally cammina per la strada senza nemmeno 
guardare per terra 
Sally è una donna che non ha più voglia 
di fare la guerra 
Sally ha patito troppo 
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso 
Sally è già stata punita
per ogni sua distrazione o debolezza
per ogni candida carezza
data per non sentire l'amarezza
senti che fuori piove 
senti che bel rumore 
Sally cammina per la strada sicura 
senza pensare a niente
ormai guarda la gente 
con aria indifferente 

sono lontani quei momenti 
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via 
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra follia! 
senti che fuori piove 
senti che bel rumore... 

Ma forse Sally è proprio questo il senso...il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po' male
Forse alla fine di questa triste storia 
qualcuno troverà il coraggio 
per affrontare i sensi di colpa
e CANCELLARLI da questo viaggio 
per vivere davvero ogni momento 
con ogni suo turbamento
e come se fosse l'ultimo! 

Sally cammina per la strada...leggera 
ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni 
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni

ed un pensiero le passa per la testa 
forse la vita non è stata tutta persa 
forse qualcosa s'è salvato
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato 
forse era giusto così!
........eheheheh!......... 
forse ma forse ma si 
cosa vuoi che ti dica io 
senti che bel rumore 


....e ora...cuffie nelle orecchie e via, sotto la pioggia
...sentite che bel rumore...


Grazie Vasco.

mercoledì 1 maggio 2013

L'elastico

Tempo addietro trovai sul web questo passo, non so di chi, diciamo pure che non mi soffermai a cercare l'autore/autrice, forse per svogliatezza o semplicemente perché non m'interessava più di tanto, ma mi colpì parecchio, tanto da voler, in qualche modo, farlo mio. Il motivo? Perché mi ritrovo in quelle parole, così semplici, ma dannatamente vere:

'Ci son persone che sono legate da un elastico e non lo sanno. A un certo punto prendono e partono, ognuno per la propria strada, ognuna per i fatti propri e l'elastico le lascia fare, le asseconda, al punto che di quell'elastico alla fine quasi ci si dimentica. Poi però, arriva il momento estremo, quello al limite dello strappo e l'elastico reagisce, non si spezza, anzi, piuttosto, con un colpo solo, violentissimo, le fa ritrovare faccia a faccia'.

E ora che si fa? Quando ti ritrovi 'faccia a faccia', dopo venti lunghissimi anni, che diamine si deve fare?
Nel corso dei vent'anni quella persona è rimasta, a suo modo, dentro di te. Non l'hai mai dimenticata. Una presenza sottile che ti ha accompagnata indirettamente nel tuo percorso, e a testimoniarlo una quindicina di foto che non hai mai avuto il coraggio di buttare. Riposte, segretamente, in un ripiano della libreria, in un album camuffato da libro, a prendere polvere. Ogni tanto, nei momenti più duri, mi son ritrovata a togliere quella polvere, sussurrando appena il suo nome, accarezzando quel viso sulla carta patinata e chiedermi che fine avesse fatto. Se stesse bene. Poi la realtà, così schiacciante, mi faceva riporre quelle immagini e riprendere ancora polvere, archiviando ogni ricordo.
Fino a che...boom! L'elastico è arrivato al limite dello strappo e boom di nuovo! Eccomi faccia a faccia con quel non più ragazzo, ma ormai uomo, di cui m'innamorai al primo sguardo. Occhi negli occhi e tutto il passato senza quel noi annullato in un solo istante. Venti anni di silenzio, spariti, eclissati, in un nanosecondo.
Come potevo considerarla se non altro che una seconda possibilità? Ma tutto era sbagliato. Lo era allora e lo è adesso, più che mai!
Ma come rinunciare ancora una volta? E perché se davvero non deve essere, perché (e dannazione!) questo elastico non si è spezzato? Perché ha resistito per decenni? E' semplicemente uno scherzo di cattivo gusto o c'è qualcosa d'irrisolto? Ma cosa? Perché il destino, la vita, Dio stesso o chi per esso, ci ha fatto rincontrare? Perché? Perché? Perché?
Quanta sofferenza sapere e sentire che quella è la persona giusta ma non poterla avere.
E ora, più che mai, vorrei un paio di forbici che fossero in grado di tagliare quel fottuto elastico! Qualcuno mi ha detto che sono IO quel paio di forbici, che solo io POSSO e DEVO tagliarlo, ed è verissimo, ma è facile parlare quando non ha mai camminato con le tue scarpe e mai fatto anche solo dieci metri nella tua vita. E' troppo facile. E ci vuole coraggio per lasciare andare qualcosa che sai ti renderà felice.
Io quel coraggio ancora non ce l'ho.
Ho solo la forza di rimanere e vedere come andrà a finire.
Prima o poi la vita mi risponderà, nel frattempo, diamo spazio al dolore e che venga fuori, tutto, e forse, quando sarà esploso completamente, fino al limite di ogni sopportazione, potrà lasciare il posto a quella tanto agognata felicità.

K. Gibran
Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
E lui rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera,
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso è stato sovente colmo di lacrime.
E come può essere altrimenti?
Quanto più a fondo si scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?
E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?
Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia.
E quando siete tristi, guardate ancora nel vostro cuore e saprete di piangere per ciò che ieri è stato il vostro godimento.
Alcuni dicono: "La gioia è più grande del dolore", e altri dicono: "No, è più grande il dolore".
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Giungono insieme, e se l'una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l'altro è addormentato nel vostro letto.
In verità voi siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, siete equilibrati e saldi.
Come quando il tesoriere vi solleva per pesare oro e argento, così la vostra gioia e il vostro dolore dovranno sollevarsi oppure ricadere. 

giovedì 28 marzo 2013

In pappa!

Alle domande sull'amore non si può rispondere razionalmente, perché l'amore non è ragione, e non si può scegliere chi amare e per quanto. Dicono che nasca dal cuore, ma in fondo il cuore non è altro che un muscolo involontario, che pulsa e fa scorrere il sangue, ti tiene in vita. Fermo lui, si ferma tutto. Sei morto! Lui non c'entra una cippa. Tutto nasce e cresce nella testa, da un cervello che va completamente in pappa. Tutti i neuroni se ne vanno allegramente a puttane e sei bell'e che fritto! Bisogna essere capaci di non farsi fulminare, di schivare le frecce di Cupido, e appena lo vedi (o senti) arrivare, perché te ne accorgi, e ti convinci 'no a me non farà male' (appunto!), appena te lo trovi davanti al grugno, piantargli una sonora pedata nel culo con in allegato un biglietto di sola andata per fanculandia! Perché l'amore è una M.E.R.D.A.
Non c'è amore senza dolore e spesso il dolore prende il sopravvento. E' difficile reggerlo. Sopportarlo.
Ed è proprio vero quello che canta Liga 'chi ama meno, è meno fragile'. Chi ama meno ha la capacità, la forza, di tenere sempre una mano, ben salda, sul mancorrente della scala della vita. Io, purtroppo, non ne sono capace o questo fottuto corrimano è invisibile come la mia scala. Purtroppo, le frecce di questo stronzetto alato, mi colpiscono, non sempre in pieno, a volte di striscio, ma per altre, non ha usato solo un dardo: mi ha bombardata di brutto. Mi ha sparato dritto in fronte e mandato proprio e assolutamente in pappa il cervello. Si è vendicato per tutte le volte che l'ho beffeggiato e alzato il dito medio per non avermi colpita? Forse. Ma sta di fatto che, ora, è lui a ridersela!
E invidio la capacità di alcuni di tenere quella mano indietro, aggrappati per non cadere. Forse perché sicuri, al caldo in ogni caso? Boh! Tutto può essere.
Persone come me, che lottano e vanno contro tutto e tutti perché credono nell'amore vero, quello che riesce sempre ad andare e vedere oltre, le persone come me, troppo sensibili perché camminano con l'anima sempre un passo avanti a loro, e non ce ne sono molte (non è un vanto, ma una rovina bella e buona!), vivono tutto a crudo, sulla pelle, in nome di questa merda, e lo vivono buttandosi a capofitto, senza paracadute, pronte anche a schiantarsi. Perché per quelli come me, l'amore è T.U.T.T.O.
Mi hanno definita un'anima bella...mah! non so da dove l'abbiano notato, e senza alcuna forma di vittimismo e presunzione, io mi sento, invece, un'anima sola, allo sbando, incompresa. Un'anima a colabrodo. Un'anima troppo grande per un mondo troppo piccolo.
E' difficile reggere il dolore, che sia mio, tuo o di chi ti e ci sta accanto, e credo sia un peso enorme. Lo è per me, figuriamoci per chi ne è al di fuori e non lo comprende fino in fondo, per chi non lo vive dentro le ossa. Per chi lo rifugge. E affrontarlo, tirarlo fuori e poi viverlo sotto ogni sua forma e conviverci, è decisamente deleterio, per il corpo e soprattutto per quell'anima ormai più che sfatta, che si sente presa ancora una volta per i fondelli.